Archives Marzo 2018

Ragazza Blu Oltremare

Succede che ci si rincontra dopo quattro mesi in cui si è lasciato sedimentare e muovere tutto ciò che abbiamo visto, sentito, mangiato ,osservato ad Orani nel nostro primo incontro. Unione di dieci artisti che quasi come per un destino astrale acceso da Chiara Murru, si ritrovano a fare un viaggio insieme. Un viaggio chiamato E-Scape.
Appena rientrata da un’isola del Messico, prendo un aereo per la Sardegna. Anche l’isola messicana mi ha regalato molto e in qualche modo la connetto alla Sardegna: per le stelle grandi, per la natura potente, per il forte magnetismo.
Dal Messico metto in valigia un pugno di sabbia e una grande conchiglia che arriva dal mare e che ha il potere di suonare, toccando note che sono in grado di andare altrove. Sento che avrei dovuto portarla in Sardegna con me assieme a un abito color blu oltremare che ho trovato nell’armadio e che era di mia madre quando aveva 20 anni.
Con questi due oggetti mi riconnetto all’Isola e al lavoro che stiamo andando a manipolare insieme, lasciandolo fluire un po’ come il vento che ci ha accolti.
Cosi con una conchiglia e un vestito azzurro e i piedi scalzi, mi lascio completamente stupire e spostare da ciò che accadrà in quella che sarà la nostra sala prove per questi giorni: un ex mattatoio con il pavimento in legno, ancora poco vibrante perché sempre immobile.
I suoni di Arrogalla ci accompagnano come un soffio di Talco in un nuovo mondo, reso concreto dal toccare cartaceo degli strumenti portati da Carlo Spiga, nuovo arrivo improvviso. Alla ricerca dell’assenza, alla ricerca di chi se ne è andato e forse non tornerà più in questa isola o di che se ne è andato e ancora ha un filo teso di Ossidiana e Silicio, che piano piano tira silente.
In Messico ho incontrato una piccola Sciamana, che mi ha rivelato che moltissimi anni fa l’Ossidiana era presente nel sangue dell’uomo in una piccolissima parte ma che permetteva di poter volare.
Spostare lo sguardo è sempre una cosa che mi sorprende, come iniziare a guardare l’architettura dei non finiti. Chi ci aveva mai fatto caso?
Se vi state domandando cosa siano i “non finiti”, sono case che presentano parti completate e parti lasciate al grezzo, incomplete. E proprio durante le passeggiate nel paese mi rendo conto che Orani è il villaggio dei “non finiti” e che, come dicono Carlo e Frantziscu, anche questo è un segno del nostro E-Scape. I “non-finiti” sono un’eredità lasciata ai figli che potranno completare l’opera, ma probabilmente molti saranno partiti verso il Continente e chissà se torneranno mai. E allora probabilmente il museo dei “non-finiti” rimarrà immobile.
Da questa seconda sessione porto a casa la Ragazza Blu Oltremare e il freddo del Ghiaccio, porto a casa l’impalpabilità del Talco , le ossa che rimangono e la terra che le conserva.
Gli occhi e la pelle dei miei compagni di viaggio, che quasi come un destino astrale, ci ha portato nel paese di Orani a compiere un piccolo atto artistico, che come un sasso nell’acqua avrà il compito di fare sentire l’eco fino al sale del mare.
Orani, che ci osserva in silenzio curiosa, forse diffidente, ma che ormai è parte del processo e come fluidi di diverse densità si stanno fondendo lentamente.
Quindi a molto presto per la prossima sessione, che darà voce e parola allo schiacciare di  noci in una chiesa sconsacrata, che fu un tempo un cimitero e dove ora la Ragazza Blu Oltremare galleggia sorridendo al banchetto di chi non c’è piu.
Elena Annovi
ph. Fabio Sau

TeLeMaCo

Quando si affronta il tema dello “spopolamento” spesso si parla di chi parte, di chi va via, di chi fugge per trovare soddisfazioni personali e professionali, per crescere e fare esperienza. Altrove.

Orani ha il suo Ulisse, che lascia la sua Itaca per compiere il suo viaggio: Nivola. Mentre visitiamo il museo dedicato alla straordinaria opera di questo artista, mentre attraversiamo il paesaggio verso il Santuario di Gonare penso che del tema dello “spopolamento” da artista, vorrei indagare la prospettiva di chi resta e aspetta. Quella di chi come Telemaco ha un futuro condizionato dall’attesa, dall’assenza, dal vuoto lasciato da chi è partito, da chi è andato lontano. Telemaco combatte da lontano (spesso i suoi demoni e le sue paure). Resta, convive con il profondo desiderio di andare, ma alla fine resta. Resta e a volte cerca la fuga in maniera tragica e definitiva. Morendo.

Chi resta sono i figli di una comunità sempre più ristretta.

Chi resta è un cagnolino di nome Duke, che aspetta paziente i visiatori, i pellegrini per salutarli come se li conoscesse da sempre e li accompagna, li guida, li precede lungo il sentiero, perchè conosce ogni centimetro di quel terreno, gli alberi, i cespugli, le mucche, le pietre, che si incontrano lungo il percorso.

Conosce il respiro di Orani. Lui è il respiro di Orani. E’ lo sguardo di chi resta in attesa. Paziente. E’ Telemaco che legittima l’esistenza di Ulisse. La nostra esistenza che come artisti veniamo da lontano, dall’ altrove, a indagare questo paese.

Siamo stati a Orani in autunno e ora ci torniamo quasi in primavera. Ad attenderci un paese del quale ascolteremo il silenzio dell’attesa, il vento che attraversa spazi vuoti, ma anche le chiacchiere spontanee, le voci dei bambini, dei ragazzi, degli artigiani; osserveremo i corpi delle maschere e il paesaggio oltre la porta del santuario, spalancata sull’infinito, proiettato verso il mare.

Con un profondo senso di gratitudine per Orani, che come Itaca, che ci ha regalato il bel viaggio, senza di lei mai ci saremmo messi sulla strada.

Con un profondo senso di gratitudine anche per Duke.

C.

ph. Fabio Sau